| |
Gianni Pirrone,
in occasione della Mostra Personale "Zisa: una presenza
realtà-sogno" - Galleria d'Arte "Il Paladino" - Palermo - 1982
..."Con una insolita presentazione in prima persona, saltando a
piè pari il rituale di un riporto critico "esterno", Aurora Varvaro ci dà come un primo significativo segnale, nel condurci
in questa Mostra - Zisa: una presenza realtà-sogno.
Risparmiandoci il rischio di incomprensibili, spesso, letture
introduttive, essa si avvale quindi di un meccanismo diretto di
comunicazione dai cui ingannevoli toni di candida, confessa
quotidianità, finiscono con l'emergere, però, gli estremi di una
tematica complessa: il giuoco e il meccanismo della memoria nel
tramite con i luoghi dell'esperienza formativa e affettiva; e
ancora, il rapporto fra l'architettura, il suo disegno e la sua
storia "ufficiale" e il riporto invece quasi onirico che, (non
soltanto in questo caso) la pittura ci può offrire
dell'architettura stessa.
Già dall'infanzia, come me legata -
ma quanto più giovane - ai luoghi della Zisa (lei che in seguito
non ha, come me, tradito il quartiere), della Zisa stessa Aurora
Varvaro riporta oggi, in un iterato, sapiente giuoco suggestivo,
interpretazioni e letture dalle quali sembra emergere il tempo
dell'innocente inconsapevolezza di una "qualità" storica e
architettonica; la realtà è come, invece, nell'incubo di un
crollo non ancora del tutto esorcizzato, è nella pressante
presenza di questo monumento, nei gesti e nei riti di una
quotidianità domestica (il ferro da stiro, simbolo della cultura
degli elettrodomestici, che appiattisce - o almeno tenta - della Zisa immagini e ricordi perduti?)
Una figura architettonica liberata quindi in mille modi
dalla sua immutabile "reale" stereometria con l'abbandonarsi,
dimentichi, a un sogno che regredisce e si riporta all'infanzia
perduta ma che, per Aurora Varvaro, è pure impegno civile volto
al futuro, perchè nel simbolo della Zisa si conservi memoria
della nostra storia."
Gunther Grass,
a proposito della Mostra "Donne di Terra" - Galleria
d'Arte "900" - Palermo - 1995 - Una partecipazione a
distanza: ...."Sono passati tanti anni da
quando ci siamo incontrati a Palermo. Eravamo giovani ed
innamorati nelle arti; e alle arti siamo sempre rimasti fedeli.
Con piacere vedo che in questi giorni lavori con la terracotta.
Le foto delle tue sculture mi fanno emozionare: le hai fatte con
passione ed espressività; per molte di esse la sede naturale è il verde dei giardini.
La terracotta è il materiale più semplice; questa argilla è quel materiale primitivo con il quale l'uomo
ha dato vita a delle forme.
Le terrecotte sono così fragili, eppure molte di esse hanno resistito per secoli.
Non
ti dico nulla di nuovo quando ti comunico che io, dopo aver
finito il mio ultimo manoscritto, ho iniziato a lavorare con la
terracotta, a costruire figure, ma questa volta si tratta di una
coppia di ballerini.
Così mi fa piacere che noi
contemporaneamente, con le nostre mani, diamo forma alla
terracotta.
Ti auguro di avere molto successo con la tua mostra.
Sempre in merito alla stessa Mostra, il pensiero di
Eleonora Chiavetta:
..."Se le raduniamo tutte assieme, le teste femminili create da
Aurora Varvaro si presentano come un coro di donne sul punto di
rompere il silenzio. Un silenzio non di pietra - che è materia
dura, impenetrabile, difficile da scalfire - ma un silenzio di
terracotta, rosea, appena chiazzata di bianco, materiale fragile
come la nostra umanità. Con le labbra dischiuse sono pronte a
raccontarci le loro storie, ognuna diversa dall'altra, così come
diverse sono le loro acconciature, chi ha nastri tra i capelli e
chi grappoli d'uva e ghirlande di piccoli frutti: ognuna è
custode di un segreto, come promette il suo volto: chi è
sorniona, chi timida, chi malinconica o spavalda, chi spaventata
o perduta nel sogno.
Se le immaginiamo all'ombra di rami
carichi di gelsi o di fichi pronti a maturare, o tra gli aromi
di menta, basilico o rosmarino, non è solo perchè la loro prima
idea nasce dall'incontro casuale della loro creatrice con delle
teste di terracotta in un giardino ottocentesco siciliano, ma
perchè sono dee delle stagioni o ninfe antiche che ricordano un
tempo in cui il ritmo della natura era quello degli esseri
umani. Sono volti greci fenici siciliani che rimandano a secoli
passati, ma incontriamo ancora per le strade.
Esse ricordano
le loro sorelle più vetuste, le tanagre o le testine greche,
come quelle che Aurora ha ritrovato a Lipari, nel suo giardino,
parte della necropoli, anche questo un casuale episodio che
diventa ispirazione. O come le teste muliebri sul retro dei vasi
del "Pittore di Lipari" che rivivono nei disegni sui fangotti
dai colori brillanti, eppure delicati.
Nella realtà di oggi
in cui sempre di più il corpo della donna è svilito, messo in
mostra come un insieme di pezzi allettanti, merce in
esposizione, Aurora Varvaro sceglie la parte più importante: la
testa, dove si racchiudono idee e aspirazioni, il volto, che
dell'anima diventa espressione. Occhi dalla malizia innocente e
voci che possiamo ascoltare.
Enzo Sellerio nell'ultima Mostra tenuta presso il Centro Studi
e Ricerche di Storia e Problemi Eoliani a Lipari - 2008: ..."Ho
saputo di recente che la mia amica Aurora Varvaro festeggia non
clandestinamente i suoi settantanni.. E' una notizia che ho
appreso con piacere perchè mi permette di rivelare senza remore
che conosco Aurora da più di mezzo secolo.
In questi lunghi
anni ho seguito da vicino e da lontano le sue vicende alterne,
contrassegnate da una vocazione pendolare tra l'insegnamento e
la pittura militante. Andata finalmente in pensione, Aurora è
entrata a tempo pieno nell'alveo della sua creatività, che più
che naturale, chiamerei familiare: nei rami del suo albero
genealogico ci sono il compianto fratello Gigi, finissimo
architetto degli interni, ed, a monte, Vittorio Corona e
Giovanni Varvaro, nomi del Gotha della pittura italiana.
Chi scrive non è un
critico d’arte, ma è l’arte a trovarsi in una situazione
critica, ed oggi, quando tutti possono dire tutto, anch’io mi
ritengo autorizzato a dire la mia sull’opera di Aurora.
In un secolo tormentato da conflitti maggiori e minori, tra
astrattismo e figurazione, tra installazioni e decostruzioni,
tra gli happening e i catering e chi più ne ha più ne metta,
Aurora non poteva che seguire il percorso rituale.
Ma nella sua ricerca un dato si manifesta costante: la
leggerezza, che è propria del suo modo di vivere.
Raggiunta la pensione,
quando a Palermo le cose andavano come andavano e purtroppo
continueranno ad andare, Aurora ha preso la decisione più saggia
della sua vita: è emigrata. Ma comodamente, non in luoghi
lontani come l'Australia e la Nuova Zelanda, mete preferite
dagli eoliani in cerca di futuro, ma nella loro terra, l'isola
di Lipari. Qui a due passi da casa, l'emigrata Aurora ha
ritrovato quella leggerezza che le appartiene e che si incontra
nei suoi gentili vulcani, nella vivacità cromatica delle sue
lave, in una tranquillità vegetale ormai perduta in quella
giungla che un tempo era la Conca d'Oro.
La sua fantasiosa creatività, la sua serena levità, le si
possono riscontrare puntualmente tanto nella pittura quanto
nella grafica e nell’oggettistica.
Nel mare di Lipari, Aurora rema controcorrente."
Antonino Buttitta:
Presentazione della Cartella di litografie "L'Isola ritrovata":...
La realtà, Aurora, sta davanti a noi come un continuum inespresso. Siamo noi a ordinarla,
per capriccio o per bisogno, in classi, a dare nomi alle cose, a volgerle in immagini.
Ci sono parametri intellettuali comuni in tutto questo e ciò consente la possibilità della comunicazione.
Nel caso contrario ciascuno resterebbe un mondo in sè chiuso e concluso, un sè impraticabile all'altro.
Ma in questa omogenea strutturazione del reale si annida l'uso personale delle strutture logiche, un continuo esercizio
della mente che, pure uguali, ci fa diversi: ciascuno volto a ritagliare dalla realtà una propria verità. Naturalmente
questo lavoro di consapevole e/o inconsapevole discrezione del reale, con conseguente costruzione di modelli,
non si produce nel vuoto. Precedenti materiali della cultura che ci portiamo dentro intervengono
nel processo, lo orientano, lo condizionano, ne recuperano i risultati all'interno del già sperimentato
e formalizzato, ne fanno una espansione di noi stessi, dilatano il nostro mondo e/o il nostro essere nel mondo.
Così si costruisce giorno dopo giorno quasi inavvertitamente il nostro orizzonte culturale che, se abbiamo
la fortuna di sapere usare pennelli e colori, oggettiviamo in immagini mai fortuite perchè sempre concentrato
di altre esperienze, di altri percorsi della mente.
Che senso ha dunque chiedersi se la tua isola è un preciso luogo geografico oppure una dimensione della
tua memoria, un territorio concluso ma non chiuso della tua mente: se questo è il tuo irripetibile modo
di rappresentare il mondo? E’ il nostro ma è anche il tuo: sono sovrapponibili le due immagini? Certo se
portiamo a confronto l'isola di tutte le oleografie, il riconoscimento risulta impossibile e assurdo. Se,
al contrario, raccogliamo per un momento le folgorazioni che la tua isola o altre isole ci hanno in speciali
occasioni saputo dare, allora ciò che noi portiamo dentro si riconosce nelle tue immagini, nel tuo segno
tagliente, nei tuoi personali colori.
Questa isola così tua è anche nostra. Noi così diversi non sapevamo di avere un frammento comune di memoria.
Claudio Alessandri:
Le isole di Aurora Varvaro -
19 settembre 2010 - La produzione
dell’artista Aurora Varvaro è varia, come vario è il suo
orizzonte fantastico, immaginato, visto interiormente
nell’infinito azzurro del mare che circonda la sua isola, dove
abita ed opera provenendo dalle migliaia di chilometri che
separano Udine, sua città natale, delle isole Eolie, elette a
dimora già da molti anni.
Quando il pensiero cerca di penetrare il
mondo segreto, fantastico e solitario di un’isola, ha un attimo
di esitazione, quasi fosse chiamato ad una scelta vitale,
abbandonare un mondo divenuto estraneo ad ogni pulsione
creativa, chiassoso, volgare, omologato al vivere di milioni di
esseri simili, nel pensiero, nei non ideali, smarrita nella non
conoscenza, e raggiungere il risultato di una idea che si
concretizza su di un piccolo lembo di terra, silenzioso, dove i
pochi abitanti vivono ancora al ritmo dei primi coloni, giunti
per vie misteriose in quel luogo, più di tremila anni fa.
L’unico suono evidente è quello del vento,
lo stesso che Eolo donò ad Ulisse e che l’impazienza degli
uomini mutò in tempesta, adesso il vento fa schiumare il mare
che si frange sulle rocce di basalto facendole luccicare al
sole.
Aurora Varvaro è un’artista, è fuggita dal
caos generalizzato, e giunta su quell’isola, ha sentito le
parole gentili sussurrate dalla brezza marina, ha sentito il
brontolio della caldara che bolle, ha goduto del nero brillare
dell’ossidiana, il candore nevoso della pomice; tutto questo ed
altro ancora ha concorso a rendere Aurora “vinta da quell’incantamento”,
non poteva essere diversamente e da quel minuscolo “regno”
Aurora ha colto la bellezza selvaggia, addolcita dalla poesia
del colore.
Aurora Varvaro, proietta il suo messaggio
artistico, irradiandolo verso quel mondo che ha abbandonato, nel
tentativo di ricondurlo alla ragione, far comprendere che oltre
all’interesse per il profitto, esiste qualcosa molto più
preziosa ed edificante, la bellezza, sotto qualsiasi forma essa
si manifesti, essa cancella tutto ciò che non è armonico, nelle
idee e conseguentemente negli atti tesi a rigenerare ciò che un
concetto errato del vivere, ha corrotto e reso profondamente
sgradevole.
Aurora non conosce barriera all’esprimere
la sua arte che si manifesta nei dipinti, nelle installazioni,
nelle ceramiche che riconducono agli artisti che giunti dal
favoloso Egeo, trovarono nell’arte figulina un legame profondo e
indivisibile dalla lontana patria. Visi muliebri che esprimono
allegrezza, speranza, velata tristezza per una realtà smarrita,
ritrovata in un insieme di isole che vivono di propria energia
emergendo da abissi marini spaventosi.
Tutte le realizzazioni di questa
sensibilissima artista vivono di splendide cromie, il colore è
vita e lo è ancor più in contrasto con il nero funereo delle
rocce basaltiche, frutto pietrificato della vita che pulsa
all’interno dei vulcani. Quelle isole, vette affioranti di
vulcani sommersi, simboleggiano il perpetuo e come contr’altare,
l’effimero, l’arte come emanazione di una volontà umana
scaturita a significare orgoglio e volontà di imitare il bello
della natura, quella stessa natura che può ribellarsi alla
vanità degli uomini e, effimera come le nubi d’agosto,
dissolversi in pochi istanti di struggente nostalgia di un mondo
perfetto, ormai perduto.
|
|